Sgomberato campo Rom di Roma, via libera della CEDU. E ora?

Continua la bonifica dell’area dopo lo sgombero del Camping River, il campo Rom di Roma collocato a Prima Porta. Le ruspe oggi hanno continuato a sbaraccare i container dove fino a ieri circa 200 famiglie hanno continuato a vivere.

Dopo la drammatica giornata di ieri, che ha visto l’irruzione delle forze dell’ordine nel campo Rom e il ferimento di un vigile colpito dal lancio di un sasso, sembra che i provvedimenti siano definitivi. Anche perché il via libera è arrivato direttamente dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, presso la quale pendevano tre ricorsi contro l’evacuazione per ragioni di salute; i casi si sono definiti con l’offerta di alloggio dei ricorrenti presso le strutture della Croce Rossa: offerta infine accettata dal legale dei ricorrenti.

La storia del campo Rom di Roma River Village

Il campo Rom di Roma appena sgomberato era un villaggio nomadi sorto su un terreno privato. Abitato da circa 400 persone, era gestito da tempo da una cooperativa, la Isola Verde Onlus. Dopo anni di affidamento diretto, l’Anac ha interrotto i rapporti precedenti; e in occasione del nuovo bando per la riassegnazione dei servizi perveniva una sola offerta, quella della stessa associazione che nel frattempo è stata oggetto di osservazione dell’Anticorruzione.

Per la soluzione del problema, il Camping River è stato inserito nel giugno del 2017 nel piano rom per la chiusura dei campi. Da quel momento sono passati mesi, durante i quali si sono cercate tra mille difficoltà le abitazioni alternative per le famiglie alloggiate nel campo. Nel frattempo, il Comune di Roma ha proposto alcune opzioni a sostegno delle famiglie in cerca di alloggio, tra le quali un buono affitto da 800 euro al mese per due anni, poi diventati tre.

Dopo una serie di scadenze non rispettate e la collocazione di alcuni nuclei familiari, si è fatta strada comunque l’esigenza di chiudere il campo Rom perché non più gestito dalla onlus e di fatto divenuto un’occupazione abusiva. Per questa ragione il Comune ha dapprima dato mandato ai vigili di sgomberare l’area mediante rimozione dei container; quindi, il 13 luglio, il sindaco Raggi ha firmato l’ordinanza che ha imposto alle famiglie ancora collocate presso il Camping River di lasciare l’area entro 48 ore. L’urgenza dichiarata, infatti, risiedeva nella problematica igienico-sanitaria, dal momento che gli impianti del campo non funzionavano a dovere. Nel frattempo, però, nel villaggio rimanevano persone senza alloggio che, come ovvio, non hanno inteso lasciare il campo.

Il campo Rom di Roma dopo lo sgombero

Il risultato? Dopo lo sgombero le 200 famiglie si sono accampate per strada, poco lontano dal campo rom rimasto chiuso sotto la sorveglianza dei vigli urbani. Alcune persone sono state collocate presso centri di accoglienza del Comune e altri presso la Croce Rossa. Altri ancora hanno optato per il rimpatrio assistito; ma in tutto questo rimangono ancora circa 200 persone senza dimora.

Come si può immaginare, la polemica scatenata dallo sgombero del campo Rom di Roma è durissima e non accenna a placarsi. Da un lato, le misure adottate sono state aspramente criticate sotto il profilo umano; dall’altro, riecheggiano le parole di Virginia Raggi che a sostegno delle scelte adottate ha definito inaccettabile continuare a finanziare i campi Rom. Si tratta infatti di luoghi dove “si favorisce la ghettizzazione e, soprattutto, dove le condizioni di vita non tutelano i diritti di bambini, donne e uomini”. Il sindaco Raggi sembra soddisfatto della scelta di intraprendere la “terza via”; quella a suo dire basata “su inclusione e rispetto della legalità, tutela dei diritti e rispetto dei doveri”.

Insomma, anche gli intenti espressi da chi ha voluto lo sgombero sembrerebbero di tutto rispetto. Noi una domanda però ce la facciamo: quanto sono tutelati, adesso, i diritti di tutti coloro che sono rimasti accampati per strada in attesa di collocazione?

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Un articolo della Redazione pubblicato il 27/07/2018 e modificato l'ultima volta il 27/07/2018

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